Ancona, San Francesco alle Scale. Terminati i restauri del Battesimo di Cristo di Pellegrino Tibaldi
Data:
12 Ottobre 2026

Nella chiesa di San Francesco alle Scale ad Ancona sono terminati i lavori di restauro della pala raffigurante il Battesimo di Cristo di Pellegrino Tibaldi (realizzata tra il 1554 ed il 1556), diretti dalla Soprintendenza. Il cantiere era stato allestito proprio all’interno della chiesa da giugno 2025, cosicché i visitatori potessero assistere alle operazioni in corso, ed è stato aperto, per alcune giornate, a visite didattiche a cura del personale tecnico della Soprintendenza in occasione del piano di valorizzazione promosso dal Ministero.
È dunque possibile ammirare nuovamente l’opera nella sua abituale collocazione, sul primo altare destro della navata unica della chiesa, sotto la nuova luce delle brillanti cromie recuperate.
Come è noto questa non è la sua originaria collocazione, infatti la tavola fu commissionata a Tibaldi da Giorgio Morato, influente mercante della comunità armena di Ancona, per la cappella di San Giovanni Battista nella chiesa di Sant’Agostino ma numerose vicissitudini storiche la resero oggetto di altrettanti spostamenti e interventi di restauro. Tra l’altro l’impianto originale comprendeva anche una predella con tre episodi della vita del Battista, poi smembrata. I tre pannelli sono oggi conservati nella Pinacoteca di Brera e nella Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.
Le prime notizie sulla storia conservativa del bene sono desumibili dalla documentazione dell’ultimo intervento, condotto da Carlo Giantomassi nel 1981. In quell’occasione il restauratore cercò di mitigare le alterazioni prodotte da interventi più antichi, che avevano pesantemente compromesso l’opera. I danni maggiori erano riscontrabili a carico della pellicola pittorica, con estese ridipinture e residui di “beverone”, miscuglio di sostanze organiche, cere, oli o resine impiegato come ravvivante nel corso del restauro settecentesco per dissimulare i danni causati da una drastica pulitura con la soda caustica. Questa aveva abraso la pellicola pittorica in vaste zone e cancellato quasi tutte le velature sui verdi e sui rossi, lasciando una superficie piatta e impoverita. Un’altra operazione invasiva degli ormai storici interventi fu l’applicazione di numerosi piccoli chiodi sulla superficie per fissare i sollevamenti di preparazione e di colore. Questi sono visibili ancora oggi e non removibili senza rischiare di causare ulteriori danni.
Le motivazioni alla base dell’intervento attuale erano legate soprattutto allo stato conservativo del supporto che non era ancora mai stato indagato, considerato che anche il restauro del 1981 era stato eseguito senza rimuovere l’opera dalla parete. Parete che, oltretutto, negli ultimi anni era stata interessata da importanti infiltrazioni d’acqua e umidità di risalita, pertanto prima del riaccrochage del dipinto è stato necessario intervenire anche sulla porzione muraria.
Il supporto dell’opera è costituito da sette tavole in legno di pioppo dello spessore di circa 10 centimetri, collegate lungo le giunture verticali da “farfalle”. La struttura è rinforzata da quattro traverse lignee orizzontali, inserite in scassi a coda di rondine ricavati nello spessore del tavolato.
Le notevoli dimensioni della pala e il suo peso (oltre 5 m di altezza per almeno 800 kg di peso) avrebbero reso complesse le operazioni di trasporto del bene in laboratorio e, considerando anche le problematiche logistiche legate alla collocazione della chiesa nel contesto urbano, si è optato per l’allestimento del cantiere in loco.
La rimozione del dipinto è stata affidata a una ditta specializzata che, montati due ponteggi laterali, ha calato l’opera con l’ausilio di paranchi e cinghie di sicurezza, adagiandola poi su un apposito cavalletto lungo il lato maggiore. Il supporto si è rivelato, sorprendentemente, in buono stato di conservazione. La pulitura si è rivelata invece più complessa di quanto preventivato, a causa della disomogeneità conservativa della pellicola pittorica. Nella parte inferiore della tavola la superficie si presentava infatti fortemente abrasa e ricca di integrazioni, a causa della drastica pulitura settecentesca e dei danni provocati dalle schegge durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale; la parte superiore risultava invece meglio conservata, con una più ampia presenza di colore originale. Pertanto è stato necessario procedere a diversi test per selezionare la metodologia e i prodotti più idonei, operando in maniera calibrata, graduale e selettiva, al fine di ottenere un risultato omogeneo.
Il dipinto è stato sottoposto, per la prima volta, ad un’approfondita campagna di indagini diagnostiche non invasive e micro-invasive, dalla quale è stato possibile evincere interessanti dettagli sulla tecnica esecutiva e sui materiali pittorici. È stato infatti possibile individuare il disegno sottostante, eseguito sia a incisione sia a carboncino e a pennello, caratterizzare la tavolozza impiegata, che comprende un’ampia varietà di pigmenti, alcuni dei quali di particolare pregio e valore per l’epoca. Queste indagini seguono, a distanza di alcuni anni, quelle effettuate sulle due tavolette della predella ora conservate ad Urbino. Un attento confronto tra i risultati ottenuti potrà dunque offrire nuovi spunti di approfondimento sull’opera nel suo complesso e sulla figura di Tibaldi, apportando novità o conferme riguardo alla sua tecnica pittorica.

Figura 1: dipinto e parete prima del restauro

Figura 2: dipinto dopo il restauro, ricollocato a parete

Figura 3: messa in sicurezza della pellicola pittorica con le velinature nelle zone corrispondenti alle giunture delle tavole

Figura 4: dettaglio del dipinto a fine restauro

Figura 5: Confronto immagini visibile/infrarosso. Le frecce evidenziano i pentimenti ben visibili nell’infrarosso